Quando ti ho vista per la prima volta avevi undici anni.
Era a Perugia.
Ti sei fermata davanti allo scaffale del reparto giocattoli del grande magazzino
e mi fissavi coi tuoi occhioni chiari.
Stavo in mezzo ad altre bambole molto più belle ed eleganti,
ma tu guardavi proprio me.
Eri stata all’ospedale,
dove ti avevano attaccato dei fili tra i capelli con la colla
e poi ti avevano dato uno sciroppo per farti dormire un po’
e tu avevi sognato dei libri che cadevano.
Il dottore aveva detto ai tuoi genitori che ormai era tutto a posto
e la botta alla testa di sei mesi prima non ti aveva lasciato danni.
Allora tuo padre aveva deciso di comprarti un regalo per festeggiare.
Nella vostra famiglia i regali si usavano solo a Natale e per il compleanno
e per te averne uno extra, era un evento proprio straordinario.
Il tuo fratellino schizzava entusiasta da uno scaffale all’altro
cambiando idea mille volte su cosa prendere.
Tu eri incollata davanti a me.
Una semplice bambola con indosso solo un pannolino
e un ciuffetto di capelli biondi in testa.
Tuo padre non mi voleva comprare.
Diceva che ormai eri troppo grande per le bambole.
E poi costavo troppo per voi.
Tredicimila e cinquecento lire.
Ti mostrava varie altre cose che avresti potuto prendere,
ma tu scuotevi la testa e dicevi che non ti piaceva niente.
Mentivi.
Ti piaceva tutto.
Ma io ero già entrata nel tuo cuore.
Così tua madre intervenne in tuo favore
e quando finalmente un signore coi baffi mi tirò giù dallo scaffale,
tu eri la bambina più felice della terra.
Da quel giorno non mi hai mai lasciata.
Dormivo sempre con te e ricordo che mi promettevi che in caso di terremoto
(era il tuo maggior incubo da piccola)
sarei stata l’unica cosa che avresti portato in salvo nella tua fuga.
Non buttasti la mia scatola, ma la apristi anteriormente
e inserendovi dei vecchi asciugamani,
la trasformasti in un lettino per me.
Avevo un biberon che potevi riempire d’acqua e farmelo bere
per poi aspettare che io facessi pipì.
Ma prima di farlo, sostituivi sempre il mio pannolino originale
con un piccolo asciugamano ripiegato,
per non sciupare il pannolino vero.
Siccome ero nuda, chiedesti a tua madre il tuo primo vestitino da neonata
che indosso ancora ora.
Ti ho vista crescere sotto i miei occhi.
Ho visto la Barbie, le costruzioni, le pentoline, le collanine di plastica,
finire in uno scatolone in soffitta…
ma io restavo sempre seduta sul tuo letto.
Ho visto le pareti della tua stanza ricoprirsi di posters
di Madonna, degli Europe e di Luis Miguel.
Ti ho vista piangere col viso affondato nel cuscino
mentre Radio Subasio suonava Hotel California
e ti ho vista scrivere poesie.
Ti ho vista truccarti un po’ troppo per i tuoi 15 anni
e poi ti ho vista non truccarti più affatto.
Sono stata protagonista dei tuoi esami di maturità
quando mi portasti a scuola per fotografarmi
per un progetto sui bambini.
Non sono sparita nemmeno quando hai cambiato casa per più di una volta.
Ti ho vista sbagliare e ricominciare...per poi sbagliare di nuovo.
Sono rimasta sempre sul tuo letto, qualunque esso fosse,
e mi hai tenuta al riparo dalle manine pestifere del tuo bambino.
Ero sempre lì quando tuo marito ti ha picchiata e tradita
e sempre lì quando poi se ne è andato.
Ero lì quando hai pianto sconvolta perché Lei era morta.
E hai pensato a tutte le cose che non le avevi mai detto
e a tutte le cose che non avevate mai fatto insieme.
E sono ancora lì.
Anche se tu a casa non ci sei quasi mai.
E quando la sera ritorni e mi prendi per spostarmi dal tuo letto
per appoggiarmi sulla poltroncina,
guardo i tuoi occhi chiari e penso che,
anche se con qualche segno in più,
sono ancora gli stessi che ho visto la prima volta
da quello scaffale del reparto giocattoli.